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giovedì 4 gennaio 2018

Zuppa paleolitica (zuppa selvatica invernale)

Questa ricetta di zuppa selvatica invernale è ispirata a quelle paleolitiche descritte nei romanzi del ciclo di "Ayla figlia della terra", della paleontologa Jean Auel, ambientati trentamila anni fa e molto accurati nella descrizione di ambienti naturali, utensili, animali ed erbe.


Ho provato a farla un pò per gioco, anche perchè volevo trovare un utilizzo non banale per le radici selvatiche commestibili che ho scoperto di recente.
Pensavo che risultasse un piatto lontano dai nostri gusti e da mettere poi a punto, invece, con mia grande sorpresa, è riuscita buonissima!
Non si possono fare generalizzazioni sull'alimentazione del paleolitico, ovviamente, essendo un periodo di tempo lunghissimo, ma al suo interno ci sono state anche popolazioni estremamente civili, che avevano una grande varietà alimentare e conoscevano una quantità di piante commestibili che in confronto  anche noi esperti di erbe sappiamo ben poco. Pare avessero anche una cucina complessa e raffinata.
Io immagino che ci fossero popoli un pò simili ai Nativi del Nord America, per quel poco che abbiamo conosciuto di loro prima di sterminarli, infatti anche questi ultimi erano cacciatori-raccoglitori e sapevano nutrirsi di una quantità di cibi incredibile. Erano anche molto longevi, non conoscevano le cosidette malattie del progresso e preservavano la meravigliosa complessità della natura, ma qui il discorso si fa troppo lungo, d'altra parte nessuno ha interesse a dire che, invece di imparare da loro le conoscenze che avevamo perduto, li abbiamo uccisi e abbiamo distrutto la loro cultura.

La zuppa paleolitica la preparo sempre in maniera diversa, a seconda di cosa ho a disposizione.
Si basa su cibi conservati (carni affumicate, frutti di bosco e funghi essicati) e su  cacciagione, bacche e radici reperibili d'inverno.





Questi sono i possibili ingredienti da usare, non è necessario averli tutti:

carne (io solitamente uso il cinghiale) tagliata a piccoli cubetti

pancetta affumicata di buona qualità

bulbi di aglio orsino, o di agli selvatici misti

radici spontanee: bardana, pastinaca, cardoncello, barba di becco, raperonzolo, cicoria, etc. Potete mettere anche solo 2-3 varietà di radici, se non ne avete altre, l'importante è stare attenti ad equilibrare i gusti, ad esempio se usate una radice molto dolce come la pastinaca abbinatela alla cicoria o al tarassaco, amari

mirtilli o uva spina essicati

piccoli frutti semiselvatici come meline o pere volpine, sbucciati e tagliati in quarti

bacche fresche o essicate (rosa canina, azzeruole, etc)

timo, rosmarino, eventuali altre erbe aromatiche a vostra scelta

bacche di mirto

funghi secchi (il più adatto è il Craterellus cornucopioides)

Ovviamente non la cuoccio in uno stomaco di uro come vorrebbe la ricetta autentica, ma in una normale pentola, preferibilmente sulla cucina a legna.

Rosolate la carne con l'aglio e la pancetta, coprite d'acqua, salate, aggiungete le bacche, i frutti di bosco essicati, i funghi precedentemente ammollati, le erbe aromatiche.
Fate bollire a fuoco basso per circa due ore, mettete le mele e/o le pere e le radici tagliate a rondelle e cuocete per un'altra ora, o comunque finchè gli ingredienti sono tutti teneri.
La zuppa deve risultare piuttosto liquida, va mangiata col cucchiaio.

Ultimamente, anche se non ho scritto, ho studiato molto e scoperto tante altre piante commestibili, che normalmente non sono conosciute ed usate tranne che in piccole zone isolate, o nei paesi dell'Est. In particolare mi sono appassionata alle radici. Molte piante anche comuni hanno radici edibili, ma quasi nessuno lo sa. Io pensavo che fossero cadute in disuso perchè poco buone e che somigliassero alle rape(una delle poche cose che non mi piacciono), invece le sto sperimentando e le trovo buonissime, prossimamente ve ne parlerò in maniera più dettagliata.




sabato 28 gennaio 2012

Tagliatelle di farina di castagne con sugo di carciofi


Ultimamente nel mio blog sto andando fuori tema: dovrei mettere ricette con le erbe, invece mi faccio tentare dai contest che trovo; d'altra parte come può una vecchia romagnola come me resistere alla tentazione di una sfida sul tema delle tagliatelle? Tra l'alto in questo momento non ci sono neanche erbe con cui condirle, come la silene che sarebbe molto adatta.
Questa ricetta si ispira alla pasta che veniva fatta in montagna sull'Appennino, dove la base dell'alimentazione erano le castagne che venivano prodotte lì. Quando si faceva la sfoglia si aggiungeva alla farina di grano, che doveva essere comprata, della farina per l'appunto di castagne, che non costava niente.
Un tempo le tagliatelle così fatte venivano condite con la ricotta o con un ragù di cacciagione. Io ve le propongo invece in un'elaborazione mia, con sugo di carciofi e olive, che a me piace particolarmente.



ingredienti

per la sfoglia

70-80 gr circa per tipo di farina di grano tenero 0, di semola di grano duro, di farina di castagne

2 uova

per il sugo

4 carciofi

2 cucchiai di pasta di olive (possibilmente di taggiasche, oppure di olive nere)

una ventina di olive taggiasche snocciolate

aglio

olio evo

sale

La farina di castagne, per la riuscita del piatto, deve essere di buona qualità e profumata. La semola non c'è nella ricetta tradizionale, la uso per dare più compattezza alla pasta.
Preparate la sfoglia come siete solite fare, tenendo conto che si attacca e si rompe più facilmente: se la tirate a mano da quando sarete a metà non conviene arrotolarla sul mattarello, ma continuare a tirarla tenendola stesa: farete comunque presto.
Lasciatela asciugare leggermente e ricavatene delle tagliatelle.


Nel frattempo pulite i carciofi eliminando tutte le foglie dure e tagliateli a striscioline di circa 1 cm. Tritate finemente l'aglio, rosolatelo leggermente in una padella con poco olio, aggiungete i carciofi, rosolate anche questi, salateli. e finite di cuocerli con un pò d'acqua a tegame coperto. Se occore aggiungete altra acqua durante la cottura, calcolando che quando sono pronti devono averla assorbita tutta.
Cuocete le tagliatelle, scolatele, mettetele nella padella dove sono i carciofi, con la  pasta d'olive e le olive. Mescolatele con delicatezza e servitele.
Potete anche farle sostituendo la farina di castagne con farina di grano integrale.
Con questo post partecipo al contest

 

domenica 25 dicembre 2011

CAPPELLETTI E "LASAGNINE RIPIENE"


Quest'anno non ho avuto il tempo di fare decorazioni natalizie e soprattutto quello di cercare i materiali adatti, e mi sento piuttosto frustrata per non essere riuscita a realizzare le idee che mi erano venute, per cui ho deciso di piantare in giardino dei cornus con i rami rossi, dei meli da fiore di quelli che mantengono le meline fino a gennaio ed altre piante con cortecce colorate e bacche, così da riuscire a fare decorazioni anche semplici ma allegre (soprattuto per metterle sul blog!!).
In questi giorni sono in Romagna a festeggiare Natale con i miei genitori, ed ho fatto come tutti gli anni il bollito misto ed i cappelletti, che preparo solo in questa occasione.



Ho letto un pò di tempo fa di uno studio secondo il quale è importante mangiare in particolari momenti dell'anno dei piatti tipici legati ad ogni festività: avere dei ritmi precisi da senso d' identità e sicurezza. Io sono d'accordo con questo parere.




Non vi do la ricetta, perchè la trovate ovunque, ma gli ingradienti che uso io per il ripieno, e che in Romagna variano da città a città:

circa 4 etti di formaggio morbido detto"da cappelletti"

una fetta di petto di pollo e una di lonza di maiale rosolate in padella e tritate molto finemente

circa 70 gr di mortadella, anch'essa tritata fine

due pugni di parmigiano grattugiato

un uovo piccolo

un pizzico di noce moscata grattugiata




Siccome avevo fatto troppo ripieno, il giorno dopo l'ho utilizzato per preparare le "lasagnine ripiene" da fare in brodo: ho fatto un'altra piccola sfoglia(per 4 persone una sfoglia fatta con due uova), ho messo appena una goccia di latte nel ripieno per renderlo più morbido, poi, aiutandomi col coltello, l' ho steso su una metà della sfoglia. Ho ripiegato quest' ultima, coprendo la parte su cui avevo steso il ripieno con l'altra metà e ho ritagliato con l'apposita rotellina dei quadretti di circa 1,5 cm di lato, li ho staccati gli uni dagli altri, li ho stesi su dei vassoini di cartone e messi in freezer a surgelare.
Il ripieno tradizionale di questa pasta prevede metà formaggio morbido e metà ricotta, parmigiano, uovo e noce moscata, ma anche questa è una ricetta che varia a seconda delle città e penso che con la farcia dei cappelletti sia sicuramente buona!


lunedì 28 novembre 2011

SCHIACCIATINE DI CASTAGNE

In questo periodo ho la passione dei cibi semplici, fatti con pochi ingredienti, per cui vi dò la ricetta di queste sciacciatine fatte solo con acqua e farina di castagne, che io trovo buonissime, e che sono solita fare quando voglio portare qualcosa da mangiare in qualche evento, ad esempio ad una festa, una conferenza, etc, perchè sono ideali come finger food.
Sono molto salutari perchè pur essendo dolci non contengono zucchero.


Io d'inverno le uso anche per la prima colazione, oppure per accompagnamento ad alcuni piatti, al posto del pane.
Questa è una ricetta dell'Appennino Tosco-Romagnolo, terra a cui sono molto legata e dove sono state conservate le antiche tradizioni, in particolare quelle legate alla civiltà del castagno. Lì sono sopravvissuti bellissimi castagneti di ottime varietà, con alberi secolari e prati punteggiati di fiori e di funghi (non so se sopravviveranno ancora, dopo che qualcuno ha importato con i castagni giapponesi, che tra l'alto fanno frutti molto cattivi, il cinipide del castagno, un tremendo parassita).
Fino alla metà del secolo scorso su questi monti la base dell'alimentazione non era il pane di farina di grano, molto raro, ma i marroni e tutti i loro derivati.
La preparazione di questa farina è quasi un rito: le castagne vengono messe in apposite costruzioni di pietra, gli essicatoi, dove per 15 giorni (e 15 notti) viene mantenuto acceso un fuoco, con la fiamma molto bassa, alimentato solo con lega di castagno, che conferisce un profumo particolarmente buono. Poi sono private della buccia e portate a macinare negli antichi mulini ad acqua con le macine di pietra, che sorgono sulle rive di fiumi dalle acque color smeraldo.
Molti di questi mulini erano stati abbandonati, e fino a vent'anni fa era molto difficile trovarne uno, la farina veniva portata a macinare lontano. L'unico sopravvissuto era quello di S. Pellegrino, sul Santerno: la mugnaia si chiamava Befalia ed era una vecchietta dolcissima, che viveva lì da sola.
Il mulino si raggiungeva attraverso una lunga passerella ondeggiante sul fiume, come quelle che si vedono nei film, e si dovevano portare i sacchi di farina passando da lì: io confesso che lo facevo, ma avevo proprio paura! Ora fortunatamente, con il desiderio di recuperare le vecchie tradizioni, molti altri mulini sono stati ristrutturati e rimessi in funzione.
Non è necessario chiedere quando alla macinatura del mais segue quella delle castagne: si sente il profumo ad un chilometro di distanza!!
Ora queste farine si trovano abbastanza facilmente anche in altre parti d'Italia, nei negozi di prodotti tipici o naturali.

ingredienti:

farina di castagne

acqua q.b.

Mescolate la farina con l'acqua fino ad ottenere una pastella poco meno liquida di quella delle creps. Ungete appena una padella antiaderente col fondo piatto, o una padella di ferro, con pochissimo olio evo o dello strutto, in modo che le schiacciatine non attacchino ma non risultino unte.



Ponete la padella sul fuoco a fiamma media, e versando la pastella col cucchiaio, formate delle mini-creps alte circa 4 mm. Se dovessoro risultare troppo sottili o grosse aggiungete rispettivamente un pò di farina o acqua alla pastella. Quando sono cotte da un lato giratele con una paletta e finite di cuocerle.
Sono molto buone spalmante con ricotta, per un antipasto raffinato, o con marmellata di corniole. Un tempo, quando non c'erano problemi di dieta, venivano preparate anche con pancetta tagliata a fettine e rosolata, per una colazione da boscaiolo.
Io però le preferisco semplici, senza niente, e così ve le propongo.



Questa è la mia cucina economica, che uso per scaldarmi, cuoce i cibi benissimo e mi rallegra nelle grigie giornate invernali col suo fuoco a vista. Inoltre io non sono catastrofista e non penso che succederanno disastri immani, ma qualche blak-out magari ci sarà, per cui preferisco avere anche una fonte di riscaldamento d'emergenza non dipendente dall'elettricità.


Con questa ricetta partecipo al contest Dentro il riccio di "Dentro la pentola".



lunedì 14 novembre 2011

RAVIOLI DI SILENE



Questi sono i ravioli che mi faceva mia nonna, che era una cuoca molto brava, quando ero piccola, ed io ancora li faccio con la sua ricetta. Mi ha insegnato lei anche a fare la sfoglia, facendomi mettere una panchetta sotto i piedi, perchè non arrivavo bene al tavolo (quando stavo sempre con lei, prima di andare a scuola): per me allora era un gioco, e adesso gliene sono grata. Andavamo assieme a raccogliere le erbe sugli argini del fiume, dove ora non ci sono più, poi le cucinavamo.
In autunno la silene, se non è troppo freddo, rispunta nuovamente. Così, dato che in primavera non riesco mai a prepararmi questa pasta, che è uno dei miei piatti preferiti, perchè sono troppo impegnata con le fiere, ieri sono andata a raccogliere le erbe e ho fatto gli ultimi ravioli della stagione.



ingredienti:

4 uova

farina quanto basta a fare una sfoglia con 4 uova

silene 50 gr circa

ricotta 3 etti

burro

parmigiano grattugiato 6 cucchiai circa
Per il ripieno:
fate bollire un pò d'acqua in un pentolino e sbollentate la silene per 1-2 minuti. Scolatela, strizzatela molto bene per eliminare l'acqua in eccesso e tritatela finemente con la mezzaluna.
In una terrina riunite la ricotta (io uso quella di capra o di pecora, ma va bene anche di mucca), la silene, due cucchiai di parmigiano, salate abbondantemente e mescolate bene.
Mia nonna aggiungeva al ripieno anche un piccolo uovo, ma io non lo metto per renderlo più leggero e viene buono ugualmente.
Preparate la sfoglia come ed i ravioli come siete soliti fare, cuoceteli in abbondante acqua salata e metteteli in una terrina, facendo uno strato di ravioli, uno di piccoli pezzetti di burro e di parmigiano, e così via fino ad esaurimento degli ingredienti. Se preferite potete utilizzare l'olio evo invece del burro.
Si possono fare dei tortelli nello stesso identico modo anche con le rosette dei papaveri, raccolte prima che inizino a fare i boccioli. L'unica differenza è che il papavero va cotto più a lungo, finchè non è tenera la costa centrale.

mi sono fatta prendere dalla passione per i contest! con questo post partecipo al contest di


sabato 15 ottobre 2011

LE ERBE DA AGGIUNGERE ALLE MINESTRE


In questi giorni l'aria è fresca e mi è tornata la voglia di minestre di verdura, e così mentre me ne cucino una vi racconto quali erbe si possono aggiungere. La base è una comune minestra di verdure miste, ognuno ha le sue ricette preferite. Cucinatela quindi come siete soliti fare.
Per questa preparazione è molto comodo avere le erbe che vi ho consigliato di piantare in un piccolo giardino. Le più adatte sono la malva e l' ortica, che si possono raccogliere per un periodo molto lungo, da inizio primavera a fine autunno, la silene e la piantaggine. Se ne avete di una sola varietà va bene comunque, basta aggiungere quella.
Alle foglie di malva vanno tolti gli steli, e la piantaggine deve essere tagliata pezzi di circa 1 cm perpendicolarmente alle nervature, per rompere i fili, che è spiacevole mangiare interi e non si rompono tritandoli con la mezzaluna o col frullino.
Poco prima che la minestra sia cotta, se l'avete preparata con le verdure a pezzetti, tritate le vostre erbe con la mezzaluna, buttatele nella pentola, fate riprendere il bollore e cuocetele per pochi minuti. E' importante aggiungerle solo a fine cottura perchè così rimangono intatti il sapore, il colore ed il profumo. Se volete invece fare un passato di verdure mettetele a cuocere senza tritarle, 6-7 minuti prima di spegnere, e poi frullate tutto.

giovedì 25 agosto 2011

Panzanella dell'Appennino Tosco-Romagnolo

Questa è la mia ricetta della panzanella, fatta partendo da quella tradizionale dell'Appennino Tosco-Romagnolo, per l'esattezza di Palazzuolo sul Senio. I toscani di altre zone forse inorridiranno, ma io l'ho mangiata così fin da bambina e mi piace tantissimo. L'unica licenza che mi sono concessa è aggiungere qualche altra erba.




ingredienti:

pane toscano raffermo

 pomodori maturi

 cetriolo

 cipolla (o erba cipollina)

 basilico

 santoreggia annuale, nepetella, rucola selvatica, portulaca

 olio d'oliva extravergine toscano, aceto, sale

tagliate i pomodori a pezzetti e metterli in uno scolapasta a sgocciolare. Fate intenerire il pane in una capiente ciotola d'acqua, strizzatelo molto bene con le mani per eliminare l'acqua in eccesso e sbriciolatelo in una terrina, spruzzatelo con l'aceto. Aggiungete il cetriolo e la cipolla affettati molto sottilmente (o l'erba cipollina, se trovate troppo forte il gusto della cipolla), il basilico spezzettato, i pomodori, abbondante santoreggia. La santoreggia deve essere della varietà hortensis, sia perchè è quella tradizionale, che qui è da sempre usata in questa preparazione, ma anche perchè la montana ha foglie troppo dure. Io aggiungo la rucola, la portulaca e la nepetella, che non ci sono nella versione originale.
Condite con abbondante olio.
In particolare metto molta santoreggia e nepetella perchè adoro il loro profumo, che mi ricorda i prati assolati e pieni di fiori (e profumatissimi) dell'Appennino.

Questa  panzanella è buonissima d'estate, quando è molto caldo e si ha poco appetito.

                                                                     

venerdì 15 aprile 2011

PASTA COL RAGU' DI SILENE






Oggi, anche se sono presissima dalle emergenze del lavoro, non ho resistito alla tentazione di andare a raccogliere la silene nel prato della vicina, con il gatto Lucifero che mi ha accompagnata. Non avendo il tempo per fare i tortelli, che sono uno dei miei piatti preferiti, mi sono accontentata della pasta con il ragù di silene, preparazione molto veloce:
 ho sbollentato appena la silene, poi in una padella ho rosolato una manciata di foglie tritate di aglio orsino (se non l'avete va bene uno spicchio d'aglio), ho aggiunto la pasta, la silene e, per legare, un uovo sbattuto con poco latte, mescolando  brevemente e spegnendo subito il fuoco. Come pasta ho usato gli strozzapreti all'uovo; va bene ugualmente  una  pasta corta integrale, tipo fusilli o casarecce.


mercoledì 13 aprile 2011

ANTICA MINESTRA DI ERBE

Questa è la minestra con le erbe che preparava mia nonna (buonissima, e che non ho mai trovato in nessun libro di ricette).

Ingredienti:
una piccola cipolla tritata
un mazzo di erbette(beta vulgaris) selvatiche, o, in mancanza di queste, quelle coltivate, ma della varietà con le coste sottili
una fetta di pancetta (o prosciutto) abbastanza sottile tagliata a dadini
2-3 pomodori a pezzetti
150 gr di pasta all'uovo(quadretti)
olio  sale

Fate soffriggere in poco olio d'oliva la cipolla e la pancetta (io metto del prosciutto magro invece della pancetta per non ingrassare, e la minestra viene buona ugualmente), aggiungere le erbe, anch'esse tritate grossolanamente con la mezzaluna, rosolare per alcuni minuti mescolando spesso, mettere il pomodoro e continuare a rosolare per un pò. Salare, aggiungere acqua quanto basta per la minestra, far bollire circa 10 minuti, aggiungere i quadretti di pasta (se non fate la pasta voi potete mettere delle tagliatelle all'uovo Coop spezzettate) e finire di cuocere. A volte mia nonna aggiungeva, assieme all'acqua, una tazza di pisellini freschi (vanno bene anche quelli surgelati). Sono differenti, ma egualmente buone entrambe le versioni. Alle bietoline potete mescolare una piccola quantità di cardo campestre e/o di piantaggine e silene.



sabato 19 febbraio 2011

Erbe selvatiche con la piadina


Questa era la cena che,a fine inverno ed in primavera, preparava quasi tutte le sere mia nonna quando ero bambina (e che si preparava nella maggior parte delle case della Romagna).
E' economica e salutare, una vera e propria cura disintossicante dopo l'inverno.
Le erbe erano quelle trovate nei prati e nei campi quel giorno. In quantità maggiore si usavano il papavero ed il crespigno.

crespigno(Sonchus asper)

papavero(Papaver rhoeas)

Possono bastare anche queste due sole erbe, oppure essere usate come base per le altre. Il papavero ha un gusto molto buono e forte, ma  da solo è troppo "asciutto", ed il crespigno corregge quest'ultima caratteristica.
Si potevano aggiungere cardo campestre, rucola, condrilla, che sono tutte erbe dolci, ma nel misto si mettevano anche quelle amare: cicoria selvatica, tarassaco, dente di leone, piattello, aspraggine, secondo la "disponibilità".
 Io ricordo quelle che vi ho elencato, ma sicuramente spostandosi anche di pochi chilometri se ne usavano altre.
 Fate bollire il vostro misto di erbe, scolatele, tagliatele a pezzetti di circa 2 cm.


Fate rosolare abbondanti spicchi d'aglio in una padella con olio d'oliva e saltatevi brevemente le erbe. Servitele accompagnate da piadina romagnola.
La piadina è un disco di pasta fatta con farina, acqua, strutto, sale, con o senza lievito a seconda delle zone, cotta tradizionalmente su una lastra di arenaria riscaldata sul fuoco. Veniva usata come sostituto del pane, essendo rapida da preparare. Attualmente è reperibile facilmente in tutti i supermercati, anche se quella "artigianale" è più buona.

giovedì 25 novembre 2010

Marmellata di frutta antica e mosto

Questa è un'antica ricetta di marmellata senza zucchero, nata non per motivi dietetici, ma probabilmente risalente a prima della sua invenzione.

Fino alla metà del secolo in Romagna si continuava ad usare il mosto per dolcificare le marmellate, perchè lo zucchero costava troppo e tanti contadini non si potevano permettere di comprarlo.

"E savor", così si chiamava, si preparava in autunno, perchè serviva per conservare tutta la frutta con un'ammaccatura o comunque non perfetta, che non si sarebbe mantenuta per l'inverno.
Quando io ero una ragazzina avevamo scoperto la ricetta da una nostra amica contadina e siccome ci piaceva tantissimo la preparavamo tutti gli anni : era un grande avvenimento(e una gran festa!), perchè per farla sono indispensabili antiche varietà di frutta, come ad esempio le nespole o le cotogne, che allora in Romagna erano quasi scomparse, e noi andavamo a cercarle e a raccoglierle da alberi sopravvissuti vicino a case abbandonate, divertendoci tantissimo.
Poi questi frutti antichi, salvati da vivaisti appassionati, si sono diffusi nuovamente e la gente ha imparato ad apprezzarli.


Torniamo alla nostra ricetta.

ingredienti:

4-5 litri di mosto

frutta di varietà antiche:  indispensabili le cotogne (che devono essere in percentuale un terzo circa della quantità complessiva di frutta), poi mele, pere, nespole, fichi, prugne e tutte le varietà che ci sono a disposizione in campagna d'autunno

frutta secca: noci, nocciole, mandorle (queste ultime non sono indispensabili)

uno o due limoni biologici

Innazi tutto bisogna procurarsi il mosto, che deve essere all'inizio della fermentazione, perchè poi altrimenti tutto lo zucchero si trasforma in alcol.
In questo periodo, se avete qualche amico contadino che produce il vino è facile che ve ne possa dare un pò. Se non avete modo di trovarlo potete farlo, come abbiamo fatto noi, schiacciando l'uva in una bacinella e ricoprendo tutto con un telo : il giorno successivo lo passate ed è pronto per usarlo.

Mettetelo in un pentolone sul fuoco, possibilmente sulla stufa a legna, che per le cotture lente è l'ideale, finchè si è  ristretto di metà.

Nel frattempo pulite la frutta e tagliatela a piccoli pezzi.
Man mano che è pronta agguingetela nella pentola e proseguite la cottura a fuoco molto basso, mescolando di tanto in tanto: il tempo minimo è sei ore, ma veniva cotta anche per un giorno intero. La pentola va lasciata scoperta.
Le noci e le nocciole vanno aggiunte a circa metà cottura, e rendono particolare questa preparazione..
Noi mettavamo anche bucce di limone, che probabilmente non c'erano nella versione più antica, ma ci stanno bene. Potete mettere tutto il limone, non solo la buccia, tagliandolo a pezzetti.

Non so darvi delle dosi esatte pre la frutta, perchè cambiano sempre a seconda di quello che si ha a disposizione.
Vi consiglio di preparare "e savor" in diverse persone, così diventa un divertimento, mentre farlo da soli è piuttosto impegnativo.

Quest'anno ho preparato nuovamente questa marmellata perchè l'uva fragola del mio giardino ha fatto una produzione eccezionale, e non la posso neanche regalare perchè qui a Vidracco ne hanno tutti, pare che in questa zona ci fosse l'usanza di piantare queste viti in tutte le case.

Le mie viti crescono su una pergola deliziosa, fresca anche nelle giornate più afose, sotto la quale abbiamo mangiato tutta l'estate.
Ora lasciar cadere in terra e marcire l'uva ci sembrava un'offesa alla natura, così ci siamo ricordati di questa vecchia  ricetta, e abbiamo deciso di fare il mosto necessario per prepararla.

Sempre con il mosto si faceva anche un budino, un pò differente da quello dell'Emilia, con il pangrattato invece della farina e con i semi di finocchio.
Poi parte del mosto si faceva restringere proprio tanto, in modo che si conservasse, e si otteneva la saba, una preparazione antichissima che si usava per condire le verdure, ad esempio i fagioli, invece dell'olio e per bagnarci i tortelli dolci (ma qulla dei tortelli dolci è una storia troppo lunga che vi racconterò in primavera, quando è il momento in cui si fanno).





Io non avevo il tempo per cercare tutta la frutta occorrente per la marmellata che vi ho raccontato, e così l'ho fatta con le mele degli alberi che crescono nel prato della vicina,che mi ha detto di prenderle, siccome lei non le raccoglie. Quelle della foto ovviamente non sono le mele della vicina, ma di un banchetto alla fiera di Guastalla, perchè non sono ancora abituata a tenere il blog e mi sono dimenticata di fotografare le mie prima di usarle.